Ao Oni – La creatura del web

Ao Oni, o per i veri romanacci Aoh! Oni (okay, stiamo scherzando) ci porta ad affacciarci finalmente nel mondo dei giochi HOR-RPG amatoriali.

Benvenuti (…o bentornati) in questo nuovo articolo della rubrica Ritorno al futuro

AO ONI, LA CREATURA DEL WEB

Il nostro caro demone dall’intenso sguardo photoshoppato è il vero protagonista della serie.
Stiamo parlando di un gioco cresciuto pian piano da luoghi ignoti del web –come vedremo in seguito nel paragrafo “Storia del prodotto” – e diffusosi poi a vista d’occhio.

E come potrà essere accaduto, se non con dei gameplay? Youtube è da sempre stato un importante canale per la diffusione della corrente HOR-RPG, le reazioni più attese erano gli spaventi delle web-star e i loro scleri.
Ao Oni rispecchia perfettamente le caratteristiche della sua generazione.
Ricordiamo che la Generazione 0 presenta una cura particolare per le atmosfere sfruttando soprattutto il piano sonoro (generalmente questa è la “generazione delle musiche ambience”, rispetto ad altre degli RPG Horror) come vedremo analizzando proprio il gioco di cui stiamo parlando.
Le trame non preponderano quasi mai sul gameplay composto dall’esplorazione totale che ahimè, a volte è anche un difetto che fa chiedere “come dovevo capire che dovevo fare questo?” in alcuni frangenti. Esso si focalizza principalmente sugli enigmi che uno sviluppatore va ad inserire: se sono facili, troppo facili, difficili o troppo difficili e se la difficoltà è giustificata o data da difetti di gestione delle informazioni, ed era anche molto importante l’originalità di questi.
E non dimentichiamo gli inseguimenti: la tensione che mettono al giocatore, la difficoltà o anche se ci sono nel gioco vari modi per scampare alla creatura di turno. Nell’asso della manica analizzeremo proprio questo: gli enigmi nel contesto in cui sono inseriti, ed il sistema di inseguimenti.

Qual è stato esattamente il percorso che ha portato il titolo ad essere così conosciuto?

STORIA DEL PRODOTTO

Rispetto al primo titolo che abbiamo trattato in questa rubrica, su Ao Oni non si hanno molte informazioni sul “background” del development del gioco.

Sappiamo solo che lo pseudonimo usato dall’autore è noprops, che pubblicò una prima versione del gioco sul suo sito ufficiale e se si va ad intuito probabilmente su dei forum in lingua giapponese, ma non abbiamo fonti certe su quest’ultima affermazione.

Sito di noprops

Già da queste poche informazioni… Avete notato la dissonanza con Corpse Party?

A differenza di Makoto Kedouin, a cui abbiamo potuto dare un volto ed un nome precisi, qui inizia definitivamente la storia dell’HOR-RPG sviluppato da autori che sono per la quasi totalità dei casi sotto pseudonimi

Dove si usano molte volte gli pseudonimi, o comunemente username?
Ecco, con Ao Oni (e Yume Nikki) infatti  si prova a muovere nella produzione HOR-RPG il popolo di internet con questo tool che intanto è cresciuto con il passare degli anni fino ad arrivare alle versioni 2003 (di cui però non parleremo qui) e XP.
Poi l’ulteriore creazione di piattaforme di distribuzione online dove tutti potessero pubblicare i propri titoli ha dato via ancora più spianata agli sviluppatori amatoriali appunto provenienti dalla realtà del web.

In questo ambiente nacque Ao Oni, sviluppato con RPG Maker XP e pubblicato la prima volta sul sito ufficiale di noprops e forse distribuito su altri siti. Non ci sono stati altri lavori di distribuzione, alcun tipo di produttore ha mai toccato il gioco originale. Si, ci sono stati degli Ao Oni 2 e Ao Oni 3 appunto presi da dei publisher per metterli su Android, ma… Non hanno fatto fortuna quanto il primo, anche se si è provato a fare qualcosa di più in ambito grafico e di background.

Ecco, il primo Ao Oni… Nella sua terra, il web, ha fatto un bel po’ di successo: l’ha portato ogni tipo di youtuber in quasi tutto il mondo.
Ciò gli ha dato varie opere esterne ispirate: i già citati seguiti, cloni (di cui parleremo dopo), un manga, un adattamento animato (per quanto parodico) e un film live action.

Tutti ci chiediamo a questo punto: come ha fatto proprio questo gioco, tra tutti gli HOR-RPG indie (Corpse Party non lo prendiamo in considerazione, in quanto gettato proprio sul mercato videoludico) ad avere tutti questi adattamenti, queste interpretazioni?

Di solito in questi casi si fanno queste operazioni quando un qualcosa ha successo e questa fama lo fa risalire dal web. Bene, vediamo cos’ha da dire il web su Ao Oni e prendiamo degli appunti.


Commento sotto il video di FavijTV

-Tensione, ansia


Commento sotto il video di FavijTV

-Jumpscare riusciti

“Io e mia sorella guardavamo questi video tutt’in una volta e ricordo ancora i BRIVIDI.”
Commento sotto il video dello youtuber PewDiePie

“Sono venuto per la nostalgia ma tutto quello che ho ottenuto sono ENIGMI”
Commento sotto il video dello youtuber PewDiePie (il commento cita una sua battuta): ha ri-registrato un gameplay di Ao Oni, dopo averlo giocato anni prima sul suo canale.

-Quantità industriale di enigmi

“Ricordo che guardavo vecchi let’s play di questo gioco, ma io e mio cugino/a ci spaventavamo, e pensando che l’Oni voleva venirci a prendere prendavamo mazze da baseball e coltelli mentre correvamo per la casa… Nostalgia.”

“So che il mostro fa quasi ridere, ma non posso dire la stessa cosa quando sono al buio e sto per andare a dormire”

-L’Oni pur con il suo aspetto (di cui parleremo più tardi) riesce a far paura

Quindi in generale Ao Oni, pur facente parte della corrente RPG Horror dà le stesse sensazioni di un Outlast, Slender e altri dello stesso genere.

E tutto ciò anche se non c’è neanche una trama particolarmente macabra, e quel pochissimo che si sa è poco approfondito.  Quel che fa tutto nel gioco è la gestione delle atmosfere (ma di questo ne parleremo nel dettaglio in seguito). Mettiamo a confronto le due immagini, quella a destra da Slender: The Eight Pages, e quella a destra del gioco di cui parliamo. Entrambi i giochi lavorano sulla tensione, anche in Slender può apparire da un momento all’altro, appunto, lo Slenderman, ma in quel gioco si vedono palesemente luci un più curate rispetto ad Ao Oni. Questo RPG Horror è riuscito a ricreare un’atmosfera tesa anche con dei tileset e sprite oggettivamente molto minimali e luci ridotte all’osso (nella struttura principale non ce ne sono proprio, e nella struttura annessa si ha solo una leggera tinta schermo più scura), e ciò lo dimostrano i commenti.

La sua popolarità è stata anche basata sulla fantasia sia dei produttori assieme all’autore stesso (vedasi i casi di Ao Oni 2 e 3, che immaginiamo siano stati approvati da noprops) sia dei fan del gioco.

Ci sono stati infatti vari cloni di Ao Oni. Il principale è stato Nira Oni, anche se ce ne sono stati molti altri tra cui Twilight Oni (diventato virale per essere brutto), Mura Oni e Heta Oni (basato sull’anime Hetalia). Il clone che ha fatto più successo è stato però Nira Oni.

Schermata del titolo di Nira Oni, il fangame di Ao Oni più conosciuto e apprezzato: si può notare già da subito la mancanza di minimalismo e approssimazione che aveva il gioco originale.

Questi fangame hanno re-immaginato lo stesso contesto – struttura abbandonata (o, nel caso di Mura Oni, un villaggio) , gruppo di ragazzi e, soprattutto, l’Oni – ma con diversi personaggi, diverse strutture o entrambe le cose. Il punto d’incontro era semplicemente il demone blu.

“Il gioco e il giocatore”

Come abbiamo già anticipato in precedenza, volgeremo un occhio alla triade di caratteristiche che compongono il gioco.

  • Relazione tra scenografie e ambience
  • L’intreccio degli enigmi
  • Randomizzazione dell’inseguimento

Tutto rinchiuso in un’unica parola d’ordine scelta dallo stesso autore nel suo nickname (no props=no props – oggetti di scena- needed): minimalismo, che abbiamo già citato.

Qui entra in gioco l’importanza della contestualizzazione, a proposito di un piccolo dettaglio di cui avevamo parlato in una vecchia recensione…

……FLASHBACK……

…….

………………

…….

….

Kill Bill Vol.1

……

Eh-Eh. Ci siamo arrivati.
Penserete…Chissà…Ora dovranno imbruttirsi come se non ci fosse un domani, no?

Lo sappiamo…Lo sappiamo che state aspettando la critica…Ma sapete cosa?

Se ve l’aspettate, vuol dire che tutti i discorsi che abbiamo fatto finora nei precedenti articoli sono stati inutili.

Okay ragazzi, cerchiamo un punto di incontro: Ao Oni per sua natura, soprattutto se messo a confronto con un predecessore come CORPSE-PARTY e un successore di tutto rispetto come Yume Nikki, non può dirsi un titolo che brilla, se non per l’ingegno degli enigmi e degli inseguimenti. E con questo intendo concludere, appunto, che le mappe non valorizzano la scenografia come molti vorrebbero.

In quella recensione stavamo parlando tuttavia di un gioco che aveva come obiettivo principale narrarti una storia, e da che mondo e mondo la narrazione classica costruisce sempre le sue fondamenta sulla scenografia, gli ambienti e sul contesto in cui sceglie di rappresentarsi.
Ci trovate qualche somiglianza con Ao Oni? Trovate in Ao Oni una promessa di story telling da parte del gioco e delle povere vicende che si susseguono?

No. Nulla di tutto questo: dall’incipit e contesto classici di molte opere (anche delle più scarse) che vogliono definirsi “horror” il giocatore capisce che non ci sarà uno storytelling vero e proprio: ciò dà meno spessore (e in alcuni casi nullo) a trama, personaggi e ambienti e molto più spessore al gameplay: se non deve appassionare il giocatore, lo deve intrattenere nel senso più primitivo del termine.

L’asso della manica infatti sono gli enigmi: è un gioco molto coerente con se stesso.
Anche le grafiche da molti definite… Discutibili, sono semplicemente funzionali a ciò che devono: non c’è stato un lavoro di “eye-candy” perché semplicemente noprops non ne sentiva il bisogno, non sentiva di dare una certa “personalità” a personaggi e ambienti, l’intenzione non era far affezionare il giocatore ad essi.

Unica eccezione è l’Oni che ci ritroveremo davanti quasi ogni tre per due durante il gioco. È l’unico ad avere un qualche tipo di sprite personalizzata (perché si vede che quelle dei ragazzi sono palesemente fatte o con un generatore, o qualsiasi programma esterno che le crea semi-automaticamente), con un aspetto grottesco e quasi comico, soprattutto quando avrà le capigliature dei personaggi che man mano moriranno per mano dell’“Ao Oni senior”.

Guardatelo: la faccia di un uomo qualunque deformata. Occhi e naso giganteschi, assieme ad un esterno faccia stretto sulla parte del mento e degli occhi. Per non parlare del corpo: si vede da un miglio che è stilizzato all’inverosimile, e con un viso realistico… Si crea quella dissonanza che lo rende bizzarro e grottesco.

Per “fare impressione” si usano molto questi tipi di creature. Forse sarà solo un mio punto di vista (l’articolo è passato nelle mani di Ele), ma credo sia anche una caratteristica propria della cultura giapponese. A questo proposito vorrei proporvi un’immagine.

Da “The Art of Spirited Away”, Viz Media, Studio Ghibli library

Li riconoscete questi esseri? Dalla didascalia della foto è facile capire di che film io stia parlando: “La Città Incantata” di Hayao Miyazaki e Akira Kurosawa.

Vedete come sono esteticamente?  Sono grassi e hanno gli occhi spalancati, e soprattutto quest’ultimo dettaglio fa dire allo spettatore “oddio, cos’è quello?!” anche se sono semplicemente papere con qualche caratteristica particolare.

Questo film infatti dà una vasta rappresentazione della cultura nipponica, fatta prevalentemente da queste strane entità con aspetto deformato.

Con l’Ao Oni è stato fatto lo stesso lavoro delle papere: si è deformato il normale (come la faccia di un uomo come tanti) e si è reso anormale, dando un’immagine completamente nuova.

Quindi il ruolo di questa creatura non è mai stato quello di “spaventare” con dettagli particolarmente inquietanti, ma bensì “fare impressione” al giocatore con il suo aspetto mostruoso.

Lo spavento deriva infatti dal jumpscare quando l’Oni appare e dalla tensione seguente ad esso durante gli inseguimenti.
Questi ultimi in generale giocano molto sulla paura di far morire il personaggio di turno, ma soprattutto quella di non poter andare avanti e ricominciare da un punto non vicino rispetto a dove sei arrivato o, soprattutto in molti retrogames, ricominciare da capo.

Ao Oni ricalca proprio quest’idea: se l’Oni ti prende devi ripartire da dove hai salvato e, a meno che tu non sia un “salvatore” compulsivo, bisogna rifare molte azioni prima di andare avanti, e ciò alla lunga diventa frustrante.

Ma non è di una particolare complessità degli inseguimenti che parleremo.

In Ao Oni si ha una perenne tensione durante il gioco ma non perché ci siano inseguimenti in generale, li troviamo in molti altri HOR-RPG, ma perché questo titolo introduce nel genere una meccanica presente più che altro negli horror come Outlast o Slender: l’apparizione casuale dell’inseguitore di turno.

Nel gioco ci sono poche scene “scriptate” in cui l’Oni appare nello stesso momento per ogni giocatore: per il resto del gioco potrebbe apparire in ogni momento, e per via di questa casualità perenne anche le scene scriptate non sembrano tali, molte volte.

Inoltre per sfuggire al mostro è possibile nascondersi in degli armadi.

Ecco, durante questo momento sentiamo il respiro di… “Hiroshi”. Teniamo a lui? Alla sua incolumità?

Non proprio. Quel respiro è il nostro, è la nostra paura di venire scoperti. Qui il gioco si vive in prima persona e si abbandona ogni filtro che voleva presentarcelo in terza: noi non vediamo solo Hiroshi che si nasconde in un armadio, non osserviamo fuori da “giocatori onniscienti”. Il punto di vista cambia: siamo noi a vivere l’esperienza.

Come abbiamo già detto, l’ “horror” non sta in trame o immagini particolarmente macabri o inquietanti, ma bensì nella tensione che il giocatore prova nella paura di sobbalzare vedendo il mostro blu, venendo presi o vedendo il suo bel faccione su gran parte dello schermo.

Dunque, tiriamo per un attimo le somme.
Ripetiamo che il titolo, seppur non sia il migliore dei suoi tempi, rimane fedele alle sue promesse.
Abbiamo l’indebolimento dell’incipit se non un vero e proprio annullamento; caratteristica che aveva invece contraddistinto Corpse Party.

Noterete che tra questo…

E questo….

“Era una serata piovosa dopo la scuola, come oggi…”

“Correndo per le scale, l’insegnante ha perso l’equilibrio. È inciampata, è caduta… Ed è morta.”

Ci sia una bella differenza. 
Le tre righe di premessa dovrebbero parlare chiaro: Ao Oni conduce il giocatore ad una
identificazione ed immersione totale nell’esperienza che sta vivendo.

Anche se “RPG” indica per acronimo un gioco in terza persona in questo periodo i giochi sembrano più avvicinarsi invece all’uso della prima, lasciando che il giocatore si lasci totalmente trasportare nell’esperienza videoludica non per il gusto di essere “stupito” (vedasi le esigenze del giorno d’oggi sulla qualità delle grafiche) ma spesso per abbandonarsi nell’esplorazione di luoghi di cui il gioco stesso forse diventa solo un pretesto per ascoltare a ripetizione il rumore del vento o di pioggia con le proprie cuffie.

Qui abbiamo la massima espressione del genere HOR-RPG come corrente votata all’individualismo e all’isolamento. I soggetti coinvolti sono solo due, il gioco ed il giocatore, perciò ecco qui spiegato il paradosso di inserire titoli come questo all’interno di un mercato che contava nella produzione di opere secondarie.
Un’operazione, questa, nata dalla speranza di attirare quel pubblico che è stato capace di trasformare, per via dell’intervento delle web-star, l’angoscia in risata. Al silenzio dei personaggi, del mostro e dell’autore si è sostituito l’urlo dello youtuber e l’entertainment per i suoi utenti.

Termometro della professionalità

PACKAGING

Non possiamo affermare certamente che il la distribuzione del gioco, così come il suo packaging abbia intenti professionali.

 Non c’è nemmeno un’immagine per il titolo.

Lo schermo è tutto nero, puoi decidere solo se iniziare il gioco, continuarlo o uscire. Viene chiesto di inserire un nome per il personaggio e dopodiché il breve incipit ci introduce il contesto in cui ci muoveremo: un gruppo di amici vuole esplorare una misteriosa villa abbandonata. Punto.
Questo è uno di quei giochi, come sentimmo dire una volta, belli da “scoprire dal nulla” e viverli per sperimentare il grado di tensione che ti propongono e i test d’ingegno a cui ti sottopongono.  Un tipo di gioco, per l’appunto, adottato e cresciuto dal web. Un gioco che prima ancora di appartenere a qualche “produttore” o “compagnia di professionisti” appartiene anzitutto ai suoi giocatori che donano la loro fantasia per costruire delle interpretazioni, delle teorie che spieghino gli eventi ma prima di tutto che nutrono i personaggi con delle caratterizzazioni e tengono ad offrire al gioco la caratteristica della narrabilità, un fenomeno che osserveremo in particolar modo nella sua prima esplosione con Yume Nikki dello stesso anno.

RAPPORTO AUTORE-OPERA

Come già detto nella storia del prodotto anche questo titolo è lasciato a se stesso dal suo autore, ma da lui nasce una vera e propria cultura: quella dell’autore senza un’identità precisa, senza un volto e un nome di battesimo a cui associarlo.

Si parlerà però meglio di questo fenomeno nell’articolo dedicato a Yume Nikki e il suo autore Kikiyama.

DIFETTI  DELL’OPERA

Ne parleremo di due in particolare.

  • Anzitutto, la già citata mancanza di cura per la scenografia penalizza di molto il titolo che altrimenti avrebbe aumentato la qualità e gli avrebbe dato sicuramente più riconoscibilità, purtroppo data soltanto dalla sua creatura di cui gli altri titoli dedicati hanno vissuto di rendita. Anche se l’autore avesse voluto essere coerente con il suo approccio “minimal” avrebbe potuto curare perlomeno la fotografia e aggiungere luci e ombre, o utilizzare dei colori particolari. Questo è un difetto grave, se considerato in particolar modo nell’ambito della sua generazione, in cui anche se non si auspicava lo sviluppo di una trama le esigenze degli sviluppatori votavano all’immersività degli ambienti.
    Anche se, come abbiamo detto prima, non ci sentiamo di insistere troppo su questo punto perché si parla di elementi che vanno aldilà di quello che il gioco voleva offrire.
  • Il secondo difetto ha a che fare invece proprio con l’altra faccia del suo asso nella manica, e per questo forse che gli tocca di più.
    Gli enigmi. Stiamo parlando…Del rilascio delle informazioni in merito.
    Ebbene, per quanto possano essere ingegnosi molti non sono riusciti ad apprezzarli fino in fondo, lamentato una relativa complessità.
    Questo credo sia dato soprattutto dal fatto che spesso non c’è sufficiente comunicazione del gioco per il giocatore, lasciandolo completamente a se stesso senza offrire delle istruzioni che possano far comprendere all’utente la natura dell’enigma.
    Prendiamo in esame uno degli enigmi più conosciuti… E di quelli di cui si sono cercate più guide: l’enigma del pianoforte.
    Presentiamo la soluzione. Nell’ultima versione del gioco (6.23) i numeri che compariranno sul pianoforte dopo aver pulito la macchia di sangue su di esso sono randomici e ci sono circa 5 possibili combinazioni per una cassaforte vicina. Ecco, come trovare questa combinazione? Per avere la soluzione a questo enigma bisogna abbinare i numeri sui tasti del pianoforte alle forme dei tasti sulla cassaforte.

Questo è definito uno degli enigmi più difficili del gioco, ma non per un’effettiva difficoltà, ma per via della gestione delle informazioni in merito ad esso: non è infatti possibile capire che quei segni sulla cassaforte (nelle vecchie versioni bisognava addirittura trovare un foglietto in un’altra stanza) sarebbero le forme dei tasti sul pianoforte, non sono state evidenziate in alcun modo.

Questo purtroppo è solo un esempio. In breve gli enigmi in Ao Oni sono dei più ingegnosi che abbiamo visto finora tra tutti gli RPG Horror che abbiamo giocato, ma la gestione delle informazioni su di essi li rende in certi frangenti anche frustranti.

CONCLUSIONE

Abbiamo terminato anche la nostra sosta sulla seconda fermata, entrando finalmente nel mito dell’HOR-RPG come “gioco della desolazione, della suspense e delle ore perse in esplorazione”. Ao Oni ha solo fatto il primo passo per la costruzione di questa definizione, essendo per questo un ottimo esperimento pioneristico ma che sarà presto superato…

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